Sul "binario" del linguaggio

Psicologia

Binarismo del linguaggio e sua continua modificazione. Polemiche attuali sul linguaggio di genere. L'importanza del nome proprio e la sua strutturale alterità. La posizione di ascolto della psicoanalisi

Sigmund Freus verso la fine del suo cammino teorico nel 1938 in Compendio di psicanalisi scrive: "Per distinguere il maschile dal femminile ci serviamo di un'equazione palesemente insufficiente di natura empirica e convenzionale. Tutto ciò che è forte e attivo lo chiamiamo maschile, tutto ciò che è debole e passivo femminile. Il dato di una bisessualità rilevabile anche a livello psicologico pesa su tutte le nostre scoperte e ne rende più difficile la descrizione."

Tenendo ben presente che l'inconscio si comporta come se esistesse un unico sesso, le equivalenze maschile = forte/attivo e femminile = debole-passivo sono binomi non convenienti per interpretare e comprendere la nostra contemporaneità anche se c'è qualcosa di  strutturalmente diadico nel nostro linguaggio.

Il binarismo nasce proprio dall'opposizione tra termini necessari al linguaggio: chiamiamo notte ciò che non è giorno, chiamiamo destra ciò che non è sinistra, chiamiamo alto ciò che non è basso, chiamiamo vita ciò che non è morte. Per quasi tutte le parole esiste un'altra parola che definisce il suo opposto ma, vedremo meglio più sotto, c'è qualcosa che ha a che fare con l'essere che sfugge a questo binarismo. E proprio su questa discordanza tra due parti che si è costruito un intero impianto e, forse, anche ogni civilizzazione conosciuta: mente vs corpo, natura vs cultura, normale vs patologico, yin vs yang, ecc. Questo impianto ha come destinazione ultima, inevitabile, quella della segregazione, più o meno dura, più o meno sottile, ma pur sempre segragazione in categorie di opposti, ad esempio: neri vs bianchi, destra vs sinistra.

Ogni parola che tenta di definire una "cosa" non la racchiude mai, la circoscrive tutt'al più arbitrariamente tant'è che, in ciascuna lingua, le parole per definire le cose sono differenti, sono solo suoni o lettere messi in catena per dare vita a convenzioni comuni che offrono l'illusione di una comunicazione tra esseri parlanti. Già questo dato di fatto dovrebbe suggerirci su quale precaria e inconsistente superficie stiamo avviando i nostri passi fatti di parole in bilico sul "binario" del linguaggio. Altresì è innegabile quanto il linguaggio sia strutturalmente per l'essere umano e quanto la parola possa assumere carattere lenitivo così come ferente, a seconda dell'uso che se ne fa e del destinatario a cui ci si rivolge.

Negli ultimi anni si è acceso un dibattito sul linguaggio di genere legato, nella lingua italiana in particolare, alla prevalenza di declinazioni al maschile rispetto a quelle al femminile. Recentemente è stato tra le prime pagine dio alcuni giornali l'articolo che narrava di quella donna, al Festival di Sanremo, la quale ha preteso di essere definita al maschile rispetto al lavoro che svolge e dunque farsi chiamare "direttore d'orchestra" anziché direttrice. Questa presa di posizione ha scatenato polemiche, in particolare in questo tempo in cui ci sono diverse campagne a favore della modificazione di alcuni termini che declinano l'universale la maschile, per esempiò la parola "tutti" (plurale maschile che si utilizza per definire un insieme di persone: uomini, donne e altro, anche detto !maschile inclusivo non marcato").

Le polemiche vedevano due schieramenti: chi si poneva in accordo con la posizione di questa donna e chi, invece, riteneva che la sua posizione fosse anacronistica e svilente per il genere femminile.

Fino a metà del secolo scorso, molte professioni erano quasi del tutto precluse alle donne e ciò spiega la declinazione al maschile, per esempio dottore, chirurgo, architetto, sindaco, giuduce. Con l'entrata, sempre più cospicua, di donne in certi e anche nuovi ambiti professionali, alcune possibilità grammaticali hanno offerto la soluzione del problema ovverosia col suffisso "essa" (professoressa, dottoressa) o con il femminile della parola (avvocata, deputata) o delle parole con il finale "era" (consigliera). In questo modo si sono livellate le differenze, ma è davvero così? O, meglio, si tratta di livellare le differenze?

In inglese, per esempio, questo problema non si pone, the minister è eguale per ministro e ministra e così via. Questo non significa che la discriminazione tra generi (a sfavore delle donne) non sia presente negli Stati Uniti in cui l'inglese è la lingua predominante.

Qui in Italia l'Accademia della Crusca ci ricorda che la declinazione femminile innovativa di molte professioni non solo è corretta linguisticamente, ma è positivamente sintomatica del mutamento di liguaggio a seguito del cambiamento della società e dei ruoli ricoperti dalle persone. 

La questione dibattuta riguarda anche il fatto che la declinazione al femminile di una certa categoria sembra risultare sminuente: alcune comiche hanno trovato largo margine di battute nell'evidenziare che, ad esempio, la parola "segretario" al femminile individua una categoria di dipendente di bassa levatura sociale mentre il Segretario solitamente indica un ruolo vicino alla presidenza. Allo stesso modo termini come Maestro (grande artista o saggio uomo da cui apprendere un insegnamento anche spirituale) e Maestra (intesa solo nell'ambito dell'insegnamento delle scuole primarie). Oppure ancora "uomo di mondo" versus "donna di mondo" che ci conduce fino al caso recente per cui il vocabolario della lingua italiana Treccani (e come questo altri vocabolari), nella sua ultima edizione, in calce alla definizione del sostantivo femminile donna, ha aggiunto quanto segue: "In numerose espressioni consolidate nell'uso si riflette un marchio misogino che, attraverso la lingua, una cultura plurisecolare maschilista, penetrata nel senso comune, ha impresso sulla concezione della donna. Il dizionario, registrando, a scopo di documentazione, anche tali forme ed espressioni, in quanto circolanti nella lingua parlata odierna o attestate nella tradizione letteraria, ne sottolinea sempre congiuntamente, la caratterizzazione negativa o offensiva." 

Non entrerò nel dettaglio di questo dibattito ma cercherò di spostare lo sguardo di lato, o meglio, a ciò che sta prima. Dal punto di vista della psicoanalisi nel linguaggio vi è assenza del fondamento di genere, non è il significante che fa il maschile o il femminile. Il limite a cui si ferma la lingua è l'essere.

Prendiamo, come esempio, questo acronimo: LGBTQIAP+ che sta per Lesbiche, Gay,  Bisessuali, Transgender, Queer, Intersessuali, Asessuali, Pansessuali (il segno "+" è stato aggiunto per segnalare il carattere non restrittivo di tali denominazioni). Si potranno aggiungere tutte le lettere dell'alfabeto ma resterà sempre un + da inserire in coda, il + della singolarità soggettiva. Se vogliamo preservare l'unicità di ciascun essere vivente dentro una parola non basterà l'intero alfabeto.

A questo proposito ricordo un paziente che si definiva gay ed era infastidito dal fatto che nell'acronimo la G non venisse prima della L. Questo per dire come anche se ci si sente inclusi o ci si identifica in una "categoria" questa non sarà sufficientemente inclusiva di una singolarità che pretende di emergere rispetto al "mucchio". L'universo non può essere contenuto in una parola, così come il singolare.

Un altro esempio riguarda la scienza psichiatrica per la quale è ritenuto psicopatico ogni comportamento che devia da una predefinita normalità. Il DSM-V (manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali) è un sistema nosografico giunto alla quinta edizione, modificando e introducendo nuove definizioni di disturbi mentali. Questa sua ultima edizione classifica un numero di disturbi mentali pari a tre volte quello della prima edizione. Ciò significa che sono aumnetati i comportamenti psicopatologici o che ogni caso se preso uno per uno, porterà necessariamente delle differenze se comparato a un altro caso?

A differenza della scienza psichiatrica, per la psicoanalisi, la psicopatologia non è una deviazione da una supposta normalità, ma piuttosto è qualcosa che ci avvicina a una certa "verità" del soggetto. Teoricamente, se gli essere umani sono attualmente quasi 8 miliardi sul pianeta Terra, ci vorrebbero circa 8 miliardi di voci nel DSM per rendere quest'ultimo un manuale completo. Questo per dire che la definizione diagnostica ha un carattere particolare e il sintomo manifesto è solo un aspetto della questione che il soggetto porta.

Propongo un terzo esempio/stimolo di riflessione, andanso a pescare nel linguaggio giapponese. Il kanji che significa persona composta da due soli tratti, a formare più o meno una "Y" rovesciata. Da come mostra la figura si evince che questo kanji possa derivare dalla stilizzazione di un essere umano. Secondo alcuni quei tratti sono due linee che si sorreggono a vicenda perché non si è una persona senza qualcuno al proprio fianco, per la psicoanalisi è preferibile dire che non si è nessuno senza qualcuno che ci dia una nominazione e dunque ci segni e ci offra una stampella per entrare nel mondo. La nominazione è necessaria a patto che, in seguito, ciascuno a modo suo, ci faccia qualcosa con quel nome, a partire dalla sua unicità per non trovarsi in una gabbia protettiva, o peggio, dentro una parola ghettizzante.

Trovo che questo sia il punto di riferimento che i dibattiti odierni hanno perso di vista ma il mio è solo uno stimolo di riflessione. Il nome proprio (che proprio non è, dato che ci viene posto da altri) per la psicoanalisi è considerato veicolo di desiderio parentale: dal rapporto con il proprio nome si gioca la propria struttura e il proprio destino. Il nome scelto dai genitori, sia che lo volessero identificato a nessun sesso (alla neutralità) oppure al maschile oppure al femminile, veicola un desiderio e da questo non c'è scampo.

Questo ci suggerisce qualcosa del perché ciascuno di noi è a disagio con il proprio nome. Ogni nome è, in definitiva, tautologico, cioè privo di valore informativo. Non dice nulla del soggetto ma, allo stesso tempo dice qualcosa di ciò che lo ha causato, qualcosa legato al desiderio di un altro.

Tra i nativi americani era usanza attribuire al nuovo nato un nome relativo agli eventi legati alla sua nascita: qualsiasi manifestazione della natura poteve incidere nella scelta del nome e del suo signigicato, per esempio il nome "nuvola rossa". La cosa interessante è che se, durante la vita, avveniva un evento particolare il capo tribù poteva cambiare il nome, questo ci suggerisce che il nome, anche qui, non racconta dell'essere del soggetto e, in più, è dato da altri. Il limite a cui si ferma la lingua è sempre l'essere.

Laddove il soggetto cerca il suo essere non trova un significante, la mancanza ad essere però è proprio ciò che fa sì che ogni soggetto voglia essere e possa desederare. Per essere, ciascun soggetto deve saper inventare un'opposizione a ciò che è dato (il suo nome, la cultura e la società in cui è inserito) eallo stesso tempo deve saper inventare una costruzione attorno al senso di mancanza, che sarà la sua invenzione in tutto e per tutto particolare.

A partire da questa precisazione possiamo intuire come sia specchio dei tempi il cambiamneto linguistico e dica molto della ricerca contemporanea di senso e di posto di ciascun soggetto in questa epoca "liquida" dove il simbolismo perde di consistenza. Resterà comunque una ricerca inesauribile, quanto è inesauribile la funzione linguistica che "significa" solo a partire dal consenso sociale il quale non sarà mai comprensivo dell'essere singolo.

Come scriveva De Saussure: "L'uso che una società fa della propria lingua è la condizione per cui la lingua è viable, cioè capace di vita". Questo è ciò che funziona del linguaggio e ci consente di avere un terreno comune sul quale è possibile illuderci di comprenderci e comunicare, il cambiamento del linguaggio nelle varie epoche storiche testimonia di questa vita, ciò che è vivo e ciò che cambia, ciò che si muove.

La psicoanalisi si occupa di quello che non funziona nel linguaggio, si occupa dei soggetti, uno per uno, si occupa di quei + della singolarità soggettiva che vive all'interno di una struttura sociale ma, allo stesso tempo, ne è sempre l'eccezione. Il soggetto parlante non può avere cognizione nel modo in cui esso stesso è "contato" nella catena significante che usa per parlare perché, rispetto alla propria inclusione, è irriducibilmente diviso. Il discorso che ascolta la psicoanalisi è il discorso di questa divisione strutturale, la lingua ascoltata non è quella studiata dalla linguistica ma piuttosto quella fatta di impossibili da dire, quella che inciampa in un lapsus, quella lingua con la quale si tenta di far altro che non comunicare e significare, si occupa di quel dire che ha a che fare con la ricerca dell'essere.. senza nome.

 

Riferimenti bibliografici:

- Sigmund Freud Compendio di psicoanalisi, Bollati Boringhieri, 1980

- Ferdinand de Saussure Corso di linguistica generale, la Terza, 1999

- Vocabolario della lingua italiana Treccani on line

- American Psychiatric Association (APA), Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, Raffaello Cortina Editore, 2014

- Zygmunt Baumann Modernità liquida la Terza, 2011

Dott.ssa Henni Rissone

Psicologo

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