Confinamento dei corpi: quale luogo per la psicoanalisi?

Psicologia

Il posto del corpo nei colloqui on-line. L'isolamento e la ricerca di una verità. Il vacillamento della Legge. Immaginare il futuro.

Confinamento dei corpi: quale forma di ascolto per la psicoanalisi?

Quando si ascolta qualcuno nello studio di un analista, si ascolta qualcosa che va al di là del senso, si ascolta soprattutto l'equivoco. Jacques Lacan diceva che l'analisi è in relazione con la poesia e chiedeva agli analisti di allenare l'orecchio a quello che di poetico si produceva in una seduta. La poesia e l'equivoco sono veicolati dal corpo. Abbiamo un corpo per parlare, un corpo che ci parla, abbiamo anche un corpo segnato e ferito dalla parola significante. L'esperienza di analisi è dunque, certo, un'esperienza di parola ma anche e sempre esperienza di corpo. Un corpo che si imbelletta, che suda, che duole, che "si porta".

In questo periodo di confinamento dei corpi anche il contesto delle sedute analitiche è cambiato: ci si danno degli appuntamenti su Skype, per esempio o su altre piattaforme che, con un divertissement, potremmo chiamare "piatte-forme" per indicare da un lato proprio la bidimensionalità del video sul quale è trasposta la nostra immagine e, da un altro lato, una sparizione dei corpi stessi costretto a mostrare solo un lato di sè, a essere divisi tra l'Immaginario e il Reale. Le vignette che circolano con i professori vestiti di tutto punto nella parte alta del busto e le gambe, nei pantaloni del pigiama, nascoste sotto il tavolo dovrebbe farci riflettere oltre a strapparci un sorriso.

Viene da re-interrogare Maurice-Ponty quando scriveva: "siamo esseri guardati nello psettacolo del mondo" e soffermarci a pensare quando la simulazione stia sostituendo il soggetto fino a condurlo (come ascolto nella clinica spesso) a una sensazione di spaesamento e perdita di ruolo sociale e, in casi più rari, all'evaporazione di una identità soggettiva.

Il ruolo dello psicoanalista

Questa indeterminazione colloca l'essere nell'intermezzo tra soggetto e oggetto ed è una posizione scomoda da tenere. Tra colleghi psicoterapeuti sono ancora in corso dibattiti sull'efficacia o meno di queste nuove modalità di "incontro" con gli analizzanti. Questo cambiamento temporaneo della clinica è importante perché richiede agli analisti un nuovo sforzo teorico, richiede di prendersi carico, ancora una volta dell reale che si presenta. Ogni psicanalista è chiamato a cogliere la soggettività della propria epoca, no può fare diversamente se vuole esercitare questa professione. 

Nella mia esperienza, dopo quasi un anno di colloqui on-line, posso affermare che quella posizione di cui sopra (essere tra soggetto e oggetto) è stata foriera di grandi passi in avanti e positivi cambiamenti in molti pazienti che seguo. Le difficoltà e le scomodità sono talvolta un trampolino fondamentale. Non per tutti però è stato così.

La condizione di isolamento

Questa condizione di isolamento, ha portato in evidenza ciò che già esisteva ma aveva minore visibilità sia in positivo che in negativo. Questo è stato un tempo/occasione del ri-guardo allo speccchio ma senza riferimenti a Narciso cioè è stato il tempo per usare la lente sui nostri "punti neri", per guardare il nostro sguardo, cioè osservarci per come osserviamo noi stessi e il fuori. Per ciascuno sarà stato uno sforzo diverso, più o meno impegnativo. Penso a chi di trova in una condizione familiare, di coppia o in sofferenza o dove alberga la violenza fisica e verbale e anche a chi invece, può capitare la preziosità del suo contesto "casalingo" che magari ha dato molte volte per scontato, ci sono poi le molte realtà di solitudine che dilatano le paure. Su ciascuna di queste condizioni ci si potrebbe soffermare a lungo. La chiave d'uscita sta nel restare dove si è, alcune volte, e prepararsi al cambiamento significa guardare a ciò che già c'è ma da una prospettiva diversa. 

Le problematiche del sociale "gonfiate"

Le problematiche del sociale erano gonfiate già prima dell'inizio della dichiarata pandemia mondiale. Prendo dal micchio 3 grandi temi del comtemporaneo occidentale:

  • la paura del diverso

  • la sfiducia nella Legge/Simbolico

  • il bisogno di diritti nei legami sociali

Il confinamento dei corpi, sommato alle tecniche di comunicazione attuali, ha prodotto nei primi due mesi del primo lockdown un appiattimento della realtà: il fuori è stato totalmente e unicamente osservabile e non esperibile (se si rispettavano le norme vigenti) attraverso uno schermo che riduceva a bidimensionalità i contatti e, contemporaneamente, sviluppava a nuove forme di dipendenze tecnologiche.

L'individuo isolato costruiva quel poco di senso appoggiandosi su una mala informazione e diventava a volte aggressivo e denunciante nei confronti di chi può essere definito come è "nuovo diverso": quello che non resta a casa o, se si è nella posizione opposta, quello che resta a casa, oppure quello che desidera al più presto potersi vaccinare e, dall'altro lato, quello che non ha intenzione di vaccinarsi. Facilmente si creano gruppi antagonisti che portano un sapere/verità che si appoggia primariamente sulla paura.

La mancata esperienza del fuori, unita alla pioggia di informazioni che ci pervengono dal virtuale acuisce gli enigmi personali e la verità viene cercata con maggiore foga. Il modo di pensare, anche, sembra registrare questa condizione e le parole per esprimersi sembrano ridursi a cerchi sempre più piccoli. La Legge, già vacillante, ora crolla e cambia forma il ritmo delle sempre nuove autocertificazioni, per esempio, e non fornisce un appoggio e un campo chiaro.

Ricordiamo tutti il DPCM che "inciampò" sulle definizioni dei legami sociali, collocando in gerarchia di importanza alcune relazioni a discapito di altre. I congiunti, i parenti, i legami di sangue e civili a discapito delle multiformi relazioni amorose. Questo evidenzia come sia necessaria una Legge per vivere in una sociatà ma come la stessa Legge non possa mai essere uguale per tutti, come la Legge non possa collocarsi nella posizione dell'ascolto analitico del soggetto e del poetico. Non esiste un "soggetto qualunque", per questo non può esistere uguaglianza. I corpi sono, una volta di più, feriti dai significanti. Il "giusto" e la "giustizia" sono ancora due parole molto distanti tra loro. Già Aristotele definiva "giusto" un atto svolto a favore dell'altro, uno per uno. La giustizia invece si colloca dal lato del "soggetto qualunque", delle piatte-forme, del livellamento delle differenze personali generando un equivoso inascoltato. Ancora una volta il ri-guardo allo specchio: stare attenti e prendersi cura, con riguardo appunto, della propria e altrui posizione in continuo mutamento avrebbe un'eco poetica che adesso sembra mancare da quasi ogni parte.

La psicoanalisi si sofferma su ciò che non funziona e non fa di tutto perché funzioni ma accompagna piuttosto a riconoscere qualcosa di nuovo all'interno del familiare, a riconoscere qualcosa di inedito nel già visto, nel già stato. Quando tutto, come in questo tempo, è imperscrutabile, imprevedibile, privo di senso, irrappresentabile, il futuro non si riesce a progettare. La posizione dell'analista è lì a sopportare e sostenere il fatto che in non riuscire a rappresentarsi il futuro non significa necessariamente che quest'ultimo sarà insopportabile.

 

BIBLIOGRAFIA

  • Jacques Lacan, "Omaggio a Marguerite Duras. Del rapimento di Lol V. Stein" in La Psicoanalisi - n. 8, 1990, Astralabio, Roma

  • S. Freud, "Una visione del mondo" in Introduzione alla psicoanalisi, nuova serie di lezioni, 1989, Opere, Volume 11, Bollati Boringhieri, Torino

  • M. Merleau-Ponty, "Le visible et l'invisible", 1964 Editions Gallimard, Parigi

  • Aristotele, "Etica Micomachea" a cura di Carlo Natali, 1999, Laterza, Bari

Dott.ssa Henni Rissone

Psicologo

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