Anche dal deserto della pandemia si può rifiorire

Psicologia

La pandemia ci ha costretti a isolarci dalle relazioni sociali, obbligandoci a rimanere soli con noi stessi e facendoci sentire spalle al muro, ma il Covid19 può essere anche una grande opportunità per noi di vivere pienamente adesso...vediamo come!

Carissimi, pensando a questo tempo in cui a causa della pandemia abbiamo dovuto stravolgere abitudini, socialità e l'idea stessa del concetto di vivere, ho trovato peerfettamente allineati tale situazione e l'idea psicologica e spirituale del deserto, come immagine che forse meglio esprime quello che ognuno di noi sta sperimentando concretamente e in diversi modi oggi.

Non vi nego che dopo un iniziale senso di angoscia e rifiuto, me ne sono rallegrata. Sì, grata di poter vivere questo tempo così meravigliosamente forte e vivo. Ho compreso che, dietro l'apparente maschera della catastrofe, è un gran bene per me.

Psicologicamente il deserto ci spaventa perché rappresenta una sfida affascinante ma dura che ci obbliga in qualche modo ad andare oltre per sopravvivere: oltre noi stessi, oltre i nostri limiti e immaginazioni. Ci obbliga a trovare soluzioni alternative che rompono gli schemi della routine costruita negli anni e che ci ha fatto scudo tante volte per non uscire da noi stessi alla scoperta di noi stessi.

Il deserto è una condizione concreta che infrange la nostra zona di comfort, mandando in frantumi la sicurezza che ci viene dall'epoca delle città-officine, tutto efficienza, dinamismo esasperato, linguaggi omologanti, conformisti esistenziali.

Nel deserto, come la tempo del Civid-19, siamo piccoli e bisognosi, ci scopriamo fragili di fronte all'antico dilemma del come sopravvivere e della paura di morire, di terminare la nostra esistenza (cosa che prima o poi comunque accadrà) senza essere pronti ad affrontare quel salto nel vuoto e senza aver avuto il tempo per fermarci e conoscere la parte più vera di noi stessi, realizzare i nostri desideri più profondi e inconsci, quelli che alla fine ti fanno dire serenamente e senza rimpianto: "è stato bello essere qui, la vita è davvero un'esperienza meravigliosa... grazie".

Come è possibile che avvenga questa catarsi interiore? Questo cambio di prospettiva?

Come posso iniziare a non temere più il deserto personale e sociale del Covid-19 che la provvidente mano divina ha sapientemente collocato in un preciso momento storico della mia esistenza?

Con la possibilità del forse: iniziando a pensare che forse tutto questo ha un senso preciso per me e per la mia storia, che forse non è sbagliato che io stia vivendo questo tempo, perché forse c'è per me una grande occasione, seppur ancora confusa, per una crescita psico-evolutiva, un cambiamento in positivo che mi porti a vivere consapevolmente e meglio, in armonia con me stesso e con gli altri, assicurandomi un maggior benessere emotivo ed esistenziale. Un grande dono.

In che modo?

Con la possibilità di tornare in me stesso. Occorre allora richiamare alla mente la saggezza del deserto che da luogo aspro, inospitale, minaccioso diviene meteora di quella parte intima e vera della nostra anima non contaminata dall'esterno: esso ci insegna ad apprezzare di nuovo il valore delle persone e delle cose, in modo che si spezzi il rivestimento soffocante che avvolge il cuore. Perché il fine che dà significato alla vita non è mai una cosa, ma il senso che collega le cose.

Forse è questo che abbiamo perso nella frenesia della vita quotidiana. Il filo conduttore, ciò che dà sapore e sostanza alla nostra vita. Sapere di essere amati. Sentire di essere amati, Gratis. Così come siamo. Senza make-up psicologici e spirituali. Consapevoli di essere stati pensati, voluti, chiamati a vivere nella storia per un tempo. Con un senso, una missione affidata esclusivamente a ognuno di noi. Tutta da scoprire. Tutta da realizzare secondo il nostro preciso modo di essere e la nostra unicità.

Ma come farò a vivere tutto questo se non so chi sono veramente?

Ogni persona che incontriamo, ogni evento che viviamo, racchiude in sè un tesoro, un mistero che a prima vista rimane nascosto e lo stesso vale anche per ciascuno di noi: oltre l'apparenza di quello che mostriamo davanti agli altri o di quello che facciamo, c'è un io profondo, che costituisce la nostra vera essenza, che da significato alle nostre scelte, che rende uniche le nostre relazioni. Questo io interiore risiede nel nostro cuore, è la parte più nascosta e più atletica di noi e per questo anche la più vulnerabile, tanto che a volte per paura di venire firiti la teniamo nascosta se non proprio sepolta dentro rigide armature che ci limitano e ci imprigionano.

La frenesia della vita moderna che di fa trascorrere le nostre giornate schiavi del tempo, della fretta, dell'ansia per la continua richiesta di efficienza e per la pretesa di dover essere sempre al massimo della nostre prestazioni, ci rende sordi e insensibili ai nostri veri bisogni, ci fa perdere il contatto con noi stessi, allontanandoci anche da ciò che nella nostro vita è veramente importante e significativo.

Ed ecco che allora per ridimensionarci ci viene in soccorso questo prezioso tempo. Il tempo del deserto dove l'essere umano è privato della sua prosopopea che lo illude di poter bastare a se stesso, perché lo riduce a un essere totalmente bisognoso e dove impara finalmente la verità su se stesso. È nel deserto che egli si rende conto di tutti i suoi limiti e soprattutto della sua incapacità di superarli. Da solo.

Il deserto è proprio questa condizione di assoluta necessità che anela alla liberazione. Esso ci purifica, è la grande occasione che ci viene data per volerci davvero bene, attraverso la scoperta di chi siamo: quando tutte le voci e i rumori tacciono, come nel deserto, si crea lo spazio per l'ascolto, quello del cuore proprio e dell'altro. Solo nel silenzio della mente e del cuore riusciamo a scoprire tutte le risorse che già possediamo perché ci sono state donate dal principio della nostra vita, fanno parte di noi e ci sono utili per affrontare le situazioni più impreviste. Lì troviamo le risorse necessarie per guardare in faccia la realtà diquel che siamo senza scandalizzarci di noi stessi ma spinti, quasi incoraggiati da un amore più grande, a modificare ciò che di noi finora non ci ha condotti a vivere in maniera gratificante e serena famiglia, lavoro, relazioni. Lì riaffiorano affettuosi ricordi e antichi memoriali che fanno sorridere il cuore e ci aprono alla speranza di poter cominciare o ricominciare ad essere uomini e donne migliori.

Sembra paradossale eppure il vivere una vita gioiosa e donata, ricca e soddisfacente si costruisce proprio sulle fondamenta dell'aver vissuto consapevolmente un "buon deserto" e di tornare a inoltrarsi in esso volontariamente ogni tanto per ritrovare se stessi e la propria artistica meraviglia interiore che ci è stata così amorevolmente donata.

Allora non trovate che questa situazione di pandemia, se intesa e utilizzata bene, sia alla fine una grande benedizione?

Ammettiamolo pure, ci vuole coraggio per inoltrarsi nel deserto e rimanerci. E tuttavia costituisce un'occasione unica da non lasciarsi sfuggire e da sfruttare tutta a nostro vantaggio.

Cosa significa "abitare il deserto"?

Significa prendere una pausa anche solo per brevi momenti dal mondo per fare i conti con noi stessi, ascoltare la saggezza del cuore, riscoprire i sentimenti più autentici, grazie anche all'aiuto che può venirci dall'incontro e dalla condivisione con gli altri sotto diversi aspetti e in forme variegate.

Insomma, possiamo riattivare gli occhi interiori, i soli capaci di cogliere l'invisibile, la forma originaria delle cose. Questa è la saggezza del deserto, cioè la capacità di "pesare" il nostro stare al mondo, scandagliare le profondità dell'anima per attingere energie esistenziali alternative. Il deserto ovviamente conduce alla solitudine ed esige lo stersene da soli. Esige il silenzio che ci guida alla soglia di noi stessi.

Il deserto ci obbliga al dialogo interiore che lascia affiorare il nostro vero Io anche quando non ci piacemolto quello che scopriamo dentro. Ma da lì si parte. Certo è difficile essere ritirati senza in qualche modo isolarci da un mondo che ci distrae, ma la solitudine che conta è quella del cuore: si tratta di una qualità o di un atteggiamento interiore che non dipendono dall'isolamento fisico.

Ecco dunque svelata la preziosità della storia odierna, colta in tutta la sua splendida potenzialità per ognuno di noi: il convergere, il convertirsi, il cambiare rotta. E che ben venga allora la lunga quaresima da Covid-19 se può portarci sudati, faticosi ma succulenti frutti di virtù, miglioramento e benessere interiore e sociale. Anche perché nulla è eterno, perciò tutto passa. Anche questo tempo passerà.

Il deserto infatti, come questo tempo, è solo una tappa della vita non la meta. Non si rimane sempre nel deserto. Esso è perciò un luogo di decisione: lo si affronta per libera scelta o talvolta obbligati dalla storia perché poi si vuole continuare a vivere in modo più vero e più giusto. È luogo di scelta: nella lotta interiore tra la persona autonoma e indipendente che pensa di avere già tutto in sè e la persona bisognosa di fronte alla realtà che lo schiaccia, si può soccombere oppure trovare nuovi sensi e significati alla propria vita. Iniziare a mettersi in discussione. Chiedere di avere luce sulla strada da percorrere, sulle cose da modificare, facendo chiarezza dentro sè stessi. Senza paura di morire psicologicamente e ontologicamente.

La preghiera, il ringraziamento, la fiducia che qualcosa di buono per noi c'è anche in questa situazione ma non ancora si vede chiaro, diventa allora fede nella vita e il deserto rifiorisce dentro e fuori di noi.

"L'essenziale è invisibile agli occhi" (A. De Saint-Exupèry)

Dott.ssa Lea Digesù

Psicologo

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